Ordinaria straordinarietà

Intervista a Giulio Testi
a cura di Innesto Spazi di Ricerca

DERIVA DOPO IL SOGNO è l’ultima esposizione del giovane artista Giulio Testi, in corso fino al 30 Ottobre 2022 a Ferrara. Le fotografie di Testi documentano alcune zone della periferia della sua città natale, setacciate attraverso il vagabondaggio nomade e “saccheggiate” tramite il mezzo fotografico. Ci vengono così restituite immagini razionali ed estranianti in cui i dettagli risultano isolati ma al contempo perfettamente integrati nell’ambiente circostante. Ancora, si crea un parallelo tra il paesaggio catturato e quello interiore: una mappa sentimentale fatta di incontri casuali, cercati e alle volte ri-cercati. Il risultato di uno scandaglio del territorio che setaccia anche gli angoli più remoti del sentire interiore e del rimosso della città.

Attraverso le domande che seguono si vuole ricostruire la genesi e i contenuti del suo progetto più recente.

I: Partiamo dall’esposizione che hai in corso, Deriva dopo il sogno. Hai descritto il titolo come riassuntivo del processo creativo che genera le tue fotografie: ovvero il momento del risveglio dal sonno dove si sono sedimentate tutte le emozioni e le sensazioni della giornata. Parlaci di più di questo momento e quali sono le emozioni che spingono il motore fotografico. 

GT: Mi sono spento e mi sono acceso, come un amplificatore, rispettando un ritmo. Come parte di un’intera orchestra ho cercato di inserirmi in un organismo musicale complesso, fatto anche di silenzio oltre che di suono. Durante quella settimana, mi son concesso un’esperienza che ha colliso con uno squilibrio a me palese, per dedicarmi e concedermi ad una “danza con la macchina fotografica”, un allenamento forse, con nuova prospettiva e aspettative.

I: Ci sorge poi spontaneo chiederti da dove nasca la tua fascinazione per i margini della città, per questo vorticoso incedere che fai attorno al centro abitato? Come scegli i luoghi che incontri e come viene catturata la tua attenzione?

GT: Aleggia sempre un forte magnetismo quando porto con me la mia macchina, ne divento schiavo e padrone allo stesso tempo, credo. Mi lascio solamente condurre e sedurre. A volte dai soggetti stessi, ma talvolta anche dagli odori (dei quali sono un autentico curioso). Tuttavia procedo semplicemente in un’indagine che ha come spazio urbano prediletto quello periferico. Si tratta di pulsazioni e tensioni, di trovarsi in una casa sempre nuova ma che comunque rimane la propria casa.

I: In occasione di una tua precedente esposizione del 2021 a Venezia presso Aarduork si è parlato delle periferie come area urbana di caccia più che di racconto, approfondiamo il discorso.(Vortex rievoca l’azione con cui Giulio Testi esce ogni giorno ed esplora la città di Ferrara, animato da un movimento circolare e vorticoso che lo spinge verso i luoghi periferici non per raccontarli, ma come territorio di caccia, di derivati ed esplorazione”)

GT: In questo caso caccia si può forse assimilare e filtrare con il termine di cattura. Il mio dna impalbabile in pubblicazione, in continuo aggiornamento, ovvero Instagram, si traduce solo in qualche occasione in materia tangibile. Per questo i miei “trofei” si traducono in un flusso molto esteso, vorticoso, di immagini. Non nego che necessito ogni tanto di uno stop, per non essere sovrastato dall’impellente e stimolante voglia di testimoniare autorialmente e forse frammentare il paesaggio.

I: E’ sicuramente interessante per noi comprendere se l’azione del camminare sia sempre accompagnata dalla macchina fotografica o l’atto del fotografare sia preceduto da sopralluoghi o visite. Come incide il camminare nella tua pratica artistica e come mai è così importante per te utilizzare questo mezzo per esplorare ed esperire il territorio? Come mai la tua scelta esplorativa ricade, per le foto esposte durante la mostra Deriva dopo il sogno, sulle prime e sulle ultime ore del giorno?

GT: Ancora una volta torno a parlare di ciclicità e di tempo. Sono delle costanti, delle guide nel mio caso, non percorrendo per scelta zone di interesse turistico, ma bensì aree di oridinaria straordinarietà. Il cammino mi riesce a quantificare a livello volumentrico con lo spazio circostante, senza accessori o mezzi aggiuntivi a parte la macchina fotografica. Inoltre l’incedere è variabile, tavolta lento talvolta più veloce, sempre in ascolto multisensoriale dei ritmi e riti della città oltre che del proprio corpo. In questo caso anche delle oscillazioni del tempo atmosferico, un fine luglio naturalmente più fresco, e quindi compatibile con l’attività, durante le prime e le ultime ore della giornata.

I: Hai in mente progetti futuri che vorresti esporre prossimamente o sui cui stai lavorando? Esiste un progetto a cui sei particolarmente legato che non hai ancora esposto? Raccontaci.

GT: I miei progetti sono nubi impenetrabili attualmente. Con grande instabilità cerco di mantenermi piacevolmente attratto da potenti elementi di distrazione come la fotografia e la musica per donarmi respiro.

I: L’ultima domanda che vorremmo porti riguarda la musica: dalla tua biografia si scopre che sei anche musicista. Vorremmo sapere come e se l’attività di fotografo e quella strumentale si influenzano tra loro nel tuo quotidiano. In più, ha inciso sul formarsi della tua pratica e il tuo sguardo fotografico? Se vuoi puoi raccontarci come questi si sono generati e affinati nel tempo. 

GT: Accavallate ma mai in conflitto, musica e fotografia convivono dentro me. Grazie al tempo hanno subito importanti stratificazioni di pensiero e diversificate influenze. Lo sguardo fotografico al contempo descrittivo ed evocativo ha segnato e contraddistinto gran parte della mia produzione testuale. L’apparato sonoro deciso, netto, alle volte chiassoso, suscita sentimenti contrastanti rispetto alla tranquilla sospensione che cerco di cogliere con le immagini. Poli opposti ma sempre più convergenti si stanno in realtà delineando nel mio universo artistico, come creature pulsanti che probabilmente rimarranno parallele.